sabato 26 aprile 2008

La veridica storia del drago dell’isola

Introduzione.
Tutti sanno che l’isola era infestata da draghi e serpenti prima che San Giulio la liberasse.
La Leggenda del Santo Giulio ha tramandato, però, solo una parte della vicenda. La faticosa traduzione dei libri consegnatimi dal mio inquietante visitatore, consente ora di dare un nome e un volto, anzi due come diremo più avanti, al più temibile dei numerosi draghi che vivevano su quel minuscolo scoglio.
Tale scoperta, la cui rilevanza sarà presto evidente agli occhi del lettore, getta nuova luce su molte vicende passate e presenti di questo territorio, insieme così bello e così pieno di contraddizioni.

Oggi è possibile dire che, tra gli innumerevoli serpenti e draghi che infestavano l’isola, il più temibile era uno strano animale dal corpo di rettile. Guardandolo di profilo avreste visto, ad un’estremità una testa da rettile. All’altra estremità un’altra testa, assolutamente identica alla prima.
L’attento lettore di Lucano, Plinio, Dante o Borges, per citare alcuni degli autori che ne hanno parlato, crederà di riconoscere in questa descrizione un particolare serpente a due teste, l’anfisbena. Detto anche anfesibena il suo nome è un composto dalle parole greche amfis e bainein, che significa “che va in due direzioni”. L’archeologo riscontrerà la somiglianza con alcune raffigurazioni, ampiamente diffuse nel mondo, di serpenti a due teste.
L’anfisbena è, citando le parole di Brunetto Latini, «un serpente con due teste, una al suo posto e l’altra sulla coda, e con entrambe può mordere, e corre con prestezza, e gli occhi brillano come candele.» Per altri Autori l’anfisbena sarebbe dotata di zampe, ma per correre avrebbe inventato la ruota: una testa entrerebbe nella bocca all’altra estremità e, facendosi cerchio, l’anfisbena potrebbe così correre velocissima.
L’animale di cui stiamo parlando, però, non è un’anfisbena. Certo, la nostra scarsa conoscenza di quella sorta di groviglio di rettili che doveva essere l’isola nei tempi precristiani non consente di escludere che pure l’anfisbena fosse presente. Per quanto, è bene sottolinearlo, l’habitat naturale dell’anfisbena sia, secondo Lucano, il deserto, non certo un’area umida come il Cusio.
Ad ogni modo, ciò di cui striamo parlando non è un serpente, ma un drago. Un drago… un essere cioè intelligente, dotato di parola, astuto, crudele. Un drago, dallo sguardo più mortale del Basilisco, più longevo dell’Ourumboros, più velenoso di una miriade di serpenti, più astuto di una coorte di draghi di fuoco. Talmente invulnerabile da non poter essere ucciso in alcun modo e così longevo da poter sopravvivere alla morte delle stelle.
Questo mostro porta il nome di Aöa.


Bestiario: l’Aöa
Di seguito si fornisce una scheda sintetica sulle caratteristiche fisiche dell’Aöa.
Nome: Aöa
Specie: Aöa Imperialis
Genere: Draconidi
Lunghezza massima stimata: 45 metri
Diametro massimo stimato: 50 cm
Colore: verde.
Velenosità: elevata. Si calcola che poche gocce di veleno siano sufficienti ad avvelenare migliaia di persone.
Alimentazione: onnivoro (?)
Età massima: 666 eoni (?)
Riproduzione: sconosciuta.
Esemplari viventi: 1 (?).
Ultimo avvistamento: Lago d’Orta, 390 d.C.

L’Aöa è una creatura talmente rara, per fortuna della specie umana, da essere considerata leggendaria dagli stessi dragoni. Lo studio attento dei manoscritti consente ora di aprire uno spiraglio di conoscenza sulle abitudini di vita dell’Aöa.
La prima caratteristica che colpisce l’osservatore è il fatto che l’animale resti, quasi permanentemente, in una posizione che si potrebbe definire “a semicerchio” o “ad U”. Poggiato il ventre a terra, rizza entrambi i colli che rimangono in posizione più o meno verticale, talora avvicinandosi, talora allontanandosi.
Un aspetto a prima vista inspiegabile è il fatto che le due teste, anziché guardare in direzioni diverse per avvistare eventuali prede o nemici, si guardano fisse, l’un l’altra.
Ad un esame più attento il fatto suscita tre considerazioni immediate:
1. L’animale, che come si è detto è invulnerabile, non teme alcun nemico e pertanto non deve prestare alcuna attenzione a ciò che lo circonda.
2. Verosimilmente l’animale non ha bisogno nemmeno di nutrirsi, ovvero può resistere per tempi lunghissimi senza cibarsi. Pertanto può ignorare le eventuali prede che lo circondano.
3. Poiché i quattro occhi dell’animale rimangono fissi a guardarsi a coppie, attorno all’Aöa potevano muoversi serpenti, draghi e altre creature senza correre il rischio di venire tramutati in cenere dal suo sguardo.

La seconda caratteristica è lo strano verso che produce l’animale. Di tanto in tanto una delle teste, indifferentemente quella di destra o quella di sinistra, pronuncia un semplice suono: “AO!”. Al che l’altra testa risponde: “OA!”.
Secondo una suggestiva ipotesi, peraltro non verificata, il nome dell’animale deriverebbe proprio da questo curioso richiamo.
Dopo aver lanciato il richiamo le due teste cominciano un fitto dialogo che vede talora l’alternanza di voce tra l’una e l’altra. Più spesso una sovrapposizione cacofonica, difficilmente comprensibile.


Alcune note storico critiche sulla “Veridica Storia del Drago dell’Isola”.
Tra le carte che ho complessivamente denominato “Derakolion” è stato possibile individuare un frammento di un’antica cronaca anonima, che è l’unica fonte attualmente disponibile sull’Aöa.
È ancora difficile, allo stato attuale della ricerca, proporre un inquadramento soddisfacente per questo testo. Si consideri infatti che esso è una citazione, tradotta dall’anonimo compilatore del “Derakolion” in un misterioso linguaggio e alfabeto, che definisco provvisoriamente gondauniano. Gondaun è infatti il nome del mondo da cui esso, quasi certamente, proviene.
Tuttavia, se è corretta l’identificazione del destinatario dell’opera (“Ambrosius Episcopus”) con il Vescovo di Milano, Aurelio Ambrogio (339 – 397 d.C.), la “Veridica Storia del Drago dell’Isola”, come potremmo definirla, potrebbe essere stata scritta pochissimi anni dopo gli eventi.


Iulius e l’Aöa. Traduzione della “Veridica Storia del Drago dell’Isola”.
«Dopo aver raggiunto lo scoglio nel modo descritto precedentemente[1], Presbiterus Julius [2] si inginocchiò e piantò a terra la croce. I draghi spaventati si ritrassero sulla sommità dello scoglio. Invocato il nome di Cristo, tutte le creature fuggirono in preda al panico tranne una. Se ne stava sulla sommità dello scoglio, alzando entrambe le teste al cielo. Aöa era il suo nome e da tempo il terrore della sua vista terrorizzava i pagani, così che nessuna barca ardiva avvicinarsi a meno di un tiro di freccia dall’isola.
Presbiterus Julius si alzò in piedi e puntando il bastone contro la bestia immonda cominciò ad invocare Dio perché la cacciasse da quel luogo. Per mettere alla prova la sua fede Dio non volle esaudire subito quella preghiera. La bestia restava immobile e le due immonde teste continuavano a fissarsi, emettendo suoni incomprensibili.
Allora Presbiterus Julius, invocando Dio, scalò la roccia e si avvicinò alla bestia. Quindi alzò il bastone e colpì il corpo dell’animale. Il legno rimbalzò sulle squame, ma l’Aöa non diede nemmeno segno di essersi accorta della sua presenza.
Invocando l’aiuto di Dio, degli Apostoli e della Madre di Cristo Presbiterus Julius prese un lungo tronco che giaceva lì accanto e, infilatolo sotto il corpo della bestia, lo adoperò a modo di leva, usando una pietra come base. Infine riuscì a far precipitare l’Aöa dalla rupe fin nelle acque del lago, dove affondò, senza interrompere il proprio strepito.
Mirabile a vedersi! Al posto del Drago si trovò una cosa che certamente potrà interessare un uomo della vostra cultura, Episcopus Ambrosius. Cacciata l’Aöa venne infatti alla luce un nodo della schiena di un grande animale, che Presbiterus Julius fece poi chiudere in una grotta tra gli orti della penisola di fronte allo scoglio.»

Note:
[1] Il riferimento fa presupporre che il brano sia tratto da un testo più lungo.
[2] È probabile che il traduttore abbia inteso i due termini come un unico nome proprio, come più avanti per “Episcopus Ambrosius”.


Alcune considerazioni dell’anonimo compilatore del Derakolion sull’Aöa
Allegata alla citazione della “Veridica Storia del Drago dell’Isola” ho rinvenuto alcune brevi considerazioni scritte dall’anonimo compilatore del Derakolion sull’Aöa.
«Lo strano animale conosciuto come Aöa incarna meglio di ogni altro l’immagine di “Signori della Discordia” attribuito ai draghi. Non avendo nemici naturali l’Aöa ha un unico nemico: se stesso. Ciascuna testa è in perenne conflitto con l’altra, che fissa incessantemente per prevenirne ogni mossa. Ciò che fa la desta, la sinistra disfa, e viceversa. Se la sinistra dice “bianco”, l’altra risponderà “nero”. E quando la destra dirà “bianco” sarà la sinistra a dire “nero”. Ciò nondimeno l’Aöa resta una creatura molto pericolosa, in quanto sparge il suo veleno appestando, non i corpi, ma le menti degli uomini.»

Alcune considerazioni conclusive sull’Aöa
Alla luce di quanto detto sopra è possibile tentare una ricostruzione dei fatti accaduti sull’isola all’arrivo di Giulio di Egina e dare una spiegazione all’enigmatico comportamento dell’Aöa.
Quando venne lanciato l’esorcismo l’Aöa non si mosse perché semplicemente non lo sentì. Non possiamo affermare che l’Aöa sia sorda. Non in senso medico, almeno. Le due teste erano però probabilmente immerse in una delle loro interminabili diatribe (il che spiegherebbe il confuso vociare avvertito da Giulio). Troppo intente a sovrastarsi l’un l’altra non si accorsero nemmeno dell’arrivo della nuova creatura. Oppure, cosa altrettanto probabile, furono ulteriormente eccitate dal fatto di avere uno spettatore in più.
Si spiegherebbe così tra l’altro il diverso comportamento degli altri draghi e serpenti, forse persino un po’ esasperati dal continuo berciare dell’Aöa, che abbandonarono precipitosamente il luogo lasciando l’Aöa sola con Giulio.
Ma quale argomento era oggetto della diatriba tra le due teste dell’Aöa? Nessuno lo sa, evidentemente. Troppo tempo è passato da allora e l’unico testimone riposa da secoli nella pace del Signore.
È possibile però formulare due ipotesi.

La prima è che la diatriba sia stata scatenata proprio dall’arrivo dell’uomo. Con un po’ di fantasia potremmo persino ricostruire il dialogo intercorso tra le due teste.
Testa 1: «Ao!»
Testa 2: «Oa!»
T1: «Sull’isola è sbarcato un uomo!»
T2: «No! Dall’isola se ne sta andando via una donna!»
T1: «Maledetta figlia di un uovo andato a male! Ti pare una donna quella! Ha la barba!»
T2: «Patetico scarto di un germe difettoso! Come se non avessi mai visto donne con la barba o persino coi baffi! Piuttosto, secondo me, quella donna vorrebbe cacciarci da qui!»
T1: «Quanta fantasia hai! Quell’uomo è venuto ad adorarmi, offrendosi in olocausto per me!»
T2: «La solita egoista! Perché non dovrebbe essere venuto per me?»
T1: «Lo vedi che ammetti che si tratta di un uomo che è venuto sull’isola!»
T2: «Le tue argomentazioni sono ridicole e i tuoi insulti dimostrano quanto sei a corto di argomenti…»
È probabile che la disputa non sia stata interrotta nemmeno dalla caduta nelle fredde acque del lago, che potrebbe anzi aver fornito nuovi argomenti di discussione.

Una seconda ipotesi verte sul ritrovamento della vertebra nel luogo dove si rizzava l’Aöa. È possibile che l’osso fosse stato portato in quel luogo da uno dei draghi alati e che le due teste dell’Aöa avessero iniziato a discutere a quale specie dovesse appartenere, se a un “drago”, ad un “mesentere”, o ad una “balena” (e in quest’ultimo caso a quale specie di “balena”?). È probabile che anche in questo caso la discussione continui tuttora.

Un’ultima considerazione. Nei 1618 anni trascorsi nelle acque del lago è probabile che l’Aöa abbia continuato a diffondere il proprio veleno nelle acque. Ciò spiegherebbe il comportamento di molti abitanti del Cusio, che paiono perennemente impegnati a contraddire, contrastare e disfare quanto viene fatto dagli altri. E pensando al fatto che le acque del Lago d’Orta scorrono di lago in fiume fino al mare, la contaminazione del veleno dell’Aöa potrebbe aver raggiunto ormai le terre più lontane.

L'immagine è stata disegnata da ELE, che ringrazio.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.